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Di raccolti, tradizioni e pensieri.

Novembre è un mese di transizione, ci accingiamo a sprofondare nella lentezza dell'inverno ma c'è ancora l'estate di San Martino a portare con sé lo Scirocco d'Africa.


Almeno così è in Sicilia.


Nei giorni di sole tiepido siamo andati a raccogliere le noci in collina, in un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato e dal quale la vista della campagna siciliana e del verde acceso dei campi irrigati che si srotolano ameni fin giù al mare, solleva il cuore a quella condizione che solo i poeti romantici dell'800, forse, nelle loro contemplazioni bucoliche, devono aver esperito appieno.



Dice che con il mallo verde delle noci, in antichità si facevano creme per la pelle, per intensificarne l'abbronzatura dorata e proteggerla dalle scottature del sole cocente dei campi; e poi stampi pigmentanti per donare riflessi bruno-ambrati ai capelli delle donne che dentro avevano il sangue di lava; e che i persiani usavano una tintura di mallo per colorare tessuti e tappeti che poi avrebbero raggiunto anche la nostra isola.




Si raccoglie oro nei campi e pomi preziosi dagli alberi. Impariamo dai nostri avi, ne ascoltiamo l'eco delle loro storie risuonare tra cielo, terra e mare, nei labirinti delle nostre vene.


Ma poi cos'è successo? Tutta la sapienza degli uomini, che intendevano la voce della Natura Madre e che le porgevano ascolto con devozione, rispetto e cura, dov'è finita?


Dove e quando si è persa?


Vorrei insegnare a mio figlio la capacità di ascoltare, l'arte del silenzio e della comprensione di una voce altra, che non è macchina né ha motore, ma che risiede dentro ognuno di noi, perché a essa siamo connessi fin dalla nascita della prima donna.


Vorrei insegnare a mio figlio a gettare le reti sulla Terra con gentilezza e a raccoglierne i frutti che essa vorrà donargli. A volte saranno copiosi, altre miseri, ma anche questo avrà senso nell'equilibrio della Terra, dove c'è un anno di abbondanza e un anno di carenza, affinché l'uomo comprenda il valore di ciò che la Natura gli dona.


E allora continuiamo a ringraziare per questo Novembre generoso che ha profumo di bosco e rugiada, e che porta acqua all'isola, anche se quest'acqua adesso è distruttrice e viene maledetta, in un disequilibrio nel quale il potere e la volontà dell'uomo soccombono alla forza della Natura che urla la sua malattia.





Raccogliamo mirto per celebrare l'attesa e buttarci dietro le spalle il dolore e la perdita.


Di buon auspicio per tradizione, fin dai tempi dell'uomo e degli Dei, il mirto dona forza ai guerrieri, fertilità agli sposi e buona fortuna a chi lo coltiva o lo raccoglie.


Che sia di buon auspicio per questo tempo incerto che ci è dato di vivere.


Adesso dobbiamo curare le ferite che i nostri padri, ingenui e ignari, hanno inferto alla nostra amata Isola.


Che sia un autunno di consapevolezza.


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